Ti ho amato dal primo istante...

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lunedì 29 aprile 2013

IL GIGANTE EGOISTA - Una fiaba di Oscar Wilde

C'è stato un periodo un paio di mesi fa, che il mio pastrugno voleva che gli leggessi spesso questa fiaba... ultimamente invece non gliela leggo più perchè poi lo intristisce... 

 
C’era una volta un bellissimo giardino. Apparteneva a un gigante, ma da alcuni anni lui era lontano e così quello era diventato il giardino dei bambini del villaggio.
Ogni pomeriggio, quando uscivano da scuola, i bambini andavano lì a giocare, perché non c’era posto più bello dove passare il tempo e divertirsi.
Il giardino aveva l’erba più soffice e più bella dei giardini di tutti i villaggi vicini. In primavera sulle siepi e nelle aiuole sbocciavano i fiori più profumati, mentre in autunno gli alberi erano sempre carichi di frutti succosi.
Usignoli, pettirossi, cince e merli lo sceglievano per abitarci e farci il nido. Chi passava di lì sentiva le grida allegre dei bambini che giocavano e le gare di canto degli uccelli.
“Come stiamo bene qui. E’ il posto più bello del mondo” dicevano i bambini del villaggio, e non appena avevano un po’ di tempo correvano nel giardino e vi rimanevano fino al tramonto.
Un giorno il Gigante tornò. Era stato via per ben sette anni, trascorsi in visita da un amico, l’Orco di Cornovaglia. Ma sette anni sono lunghi anche per le amicizie più strette, e dopo tutto quel tempo i due amici non avevano più niente da dirsi né da raccontarsi. Quando arrivò a casa sua, il Gigante vide per prima cosa i bambini che stavano giocando nel giardino. “Chi vi ha dato il permesso di venire qui?” tuonò. “Sono io il padrone di questo giardino, e nessuno può entrare senza il mio permesso.”
I bambini, che non avevano mai visto un gigante, per di più infuriato, si spaventarono a tal punto che fuggirono via.
“Il giardino è solo mio: questo lo capirebbe anche uno sciocco. Non permetterò mai più a nessuno di venire qui a giocare” sbraitò ancora il Gigante. E per tenere fede alle sue parole, costruì un alto muro tutto intorno al giardino, cosicchè nessuno potesse mai più mettervi piede, e appese al cancello anche un grande cartello che diceva:
Giardino del Gigante.
E’ severamente vietato entrare.
I trasgressori saranno puniti.
Era un gigante molto, molto egoista. I poveri bambini non avevano più un posto dove andare a giocare. Certo, rimanevano le strade e i campi sassosi attorno al villaggio, ma non era la stessa cosa. Sulle strade passavano i carri, c’era tanta gente, e poi erano strette e polverose e non si poteva correre liberi come nel giardino.
Tutti i giorni, che ci fosse il sole o piovesse, quando la campanella della scuola suonava, i bambini andavano fuori dalle mura del giardino e bighellonavano lì intorno, nella speranza che il Gigante si commuovesse e aprisse loro il cancello.
“Però, come era bello giocare lì dentro…” si dicevano sospirando, e dopo un ultimo, inutile giro se ne andavano sconsolati.
Arrivò l’inverno, e poi di nuovo la primavera. Le rondini tornarono nel villaggio e i primi fiori sbocciarono. Solo nel giardino del Gigante era ancora inverno. Gli uccellini decisero di non farvi più il nido in segno di protesta, perché i bambini non ci andavano più. Gli alberi e le siepi, dal canto loro, si dimenticarono di fiorire, e non spuntò nemmeno il più piccolo germoglio. Solo una margherita un po’ sbadata decise di uscire, ma non appena fece capolino e vide il giardino innevato e l’aria gelida le sfiorò i petali, con un brivido di freddo si ricacciò sotto terra e riprese a dormire, in attesa di un raggio di sole.
Gli unici a essere contenti erano la Neve e il Gelo. Si sentivano i padroni, ormai. “La primavera si è dimenticata di questo giardino, per nostra fortuna” dicevano soddisfatti. “Vorrà dire che ci trasferiremo qui per tutto l’anno.” E così la Neve prese il suo bianco mantello e ricoprì tutto il prato e infiocchettò la cima degli alberi. Il Gelo invece si occupò degli ornamenti e intrecciò trine luccicanti su ogni ramo. Poi, siccome si sentivano un po’ soli e amavano la compagnia, invitarono anche un lontano cugino, il Vento del Nord, a trascorrere le vacanze con loro. Il Vento arrivò avvolto in una grande pelliccia, e poiché era un chiacchierone, prese a ruggire a gran voce dal mattino alla sera, raccontando le storie dei suoi viaggi. Con un colpo di tosse fece perfino crollare tutti i comignoli della casa. “Qui si sta bene” disse. “Perché non invitiamo anche nostra cugina, la Grandine? Lei è così vivace…”
E quando la Grandine arrivò in visita, era tutta vestita di grigio e sputava chicchi di gelo. Fu così entusiasta dall’accoglienza che si mise a correre per tutto il giardino e tamburellò sui tetti, finchè non ruppe tutte le tegole.
“Perché la primavera tarda tanto a venire?” si chiedeva il Gigante, chiuso in casa, guardando fuori dalla finestra. Sperava tanto di vedere un raggio di sole posarsi sul suo desolato giardino di ghiaccio. Fuori dalle mura l’estate aveva già dato il cambio alla primavera, e l’autunno all’estate, ma non nel giardino del Gigante. Lì era sempre inverno, e il Vento del Nord, la Grandine, la Neve e il Gelo festeggiavano e ballavano tra gli alberi rattrappiti.
Un mattino, mentre se ne stava rannicchiato nel suo letto cercando un po’ di calore, il Gigante sentì una musica. Era così dolce e melodiosa che pensò si trattasse della banda del re che passava lì accanto. Ascoltò con più attenzione e riconobbe il suono. Era la voce di un cardellino che cantava felice sul davanzale. Il Gigante ne fu rapito: da lungo tempo gli uccellini non erano più ospiti del suo giardino, e quel canto gli parve la musica più bella del mondo. Il suo cuore ebbe un sussulto di tenerezza. Allora si accorse che la Grandine aveva smesso di tempestare il tetto e il Vento del Nord non fischiava più rabbioso. Un profumo leggero e buono lo raggiunse dalle finestre spalancate da un soffio gentile. “La primavera! Dev’essere arrivata la primavera!” esclamò. Saltò giù dal letto e corse alla finestra a vedere. Davanti ai suoi occhi si presentò uno spettacolo stupendo. Da una piccola breccia nel muro, probabilmente aperta dalle danze selvagge di Grandine e Vento, erano sgattaiolati dentro i bambini ed erano dappertutto. Alcuni si erano arrampicati sugli alberi e appollaiati sui rami; e gli alberi erano così contenti di rivederli che per la gioia fiorirono di colpo, e agitarono le braccia vestite di foglie sulle loro testoline, in un silenzioso applauso. Altri uccelli erano arrivati e cinguettavano allegri, volteggiando nel cielo, e i fiori erano spuntati anche sul prato e ondeggiavano felici alla brezza.
Solo in un angolo era ancora inverno.
Era l’angolo più lontano e remoto del giardino e lì, quasi nascosto, c’era un bambino. Si intravedeva a malapena, perché era molto piccolo e cercava di arrampicarsi su un albero, ma a ogni tentativo scivolava giù. L’albero piegava i suoi rami più che poteva, perché desiderava che il bambino si arrampicasse su di lui. “Dai, sali. Su, ce la fai” sembrava dirgli. Ma lì la Neve, il Ghiaccio e il Vento si accanivano ancora, e il bambino era davvero troppo piccolo per farcela da solo. Però non si voleva arrendere. A quella vista, il cuore del Gigante si intenerì. “Che grande e sciocco egoista sono stato” si disse il Gigante. “Ho impedito ai bambini di giocare nel mio giardino. Ora so perché la primavera si rifiutava di venire. Aiuterò quel bimbo a salire sull’albero e abbatterò il muro e lascerò che i bambini vengano a giocare quando vogliono.”
Scese al piano di sotto e piano piano, senza far rumore, aprì la porta di casa e fece qualche passo in giardino, con cautela, perché non voleva spaventare i bambini. Ma uno di loro lo vide e strillò, e allora anche gli altri si accorsero della sua presenza, e poiché erano convinti che fosse uscito per sgridarli, scapparono spaventati. Nel giardino ripiombò subito l’inverno. Solo il piccolino non fuggì, perché era così intento nella sua impresa che non aveva sentito il Gigante né le grida dei compagni di gioco. Così il Gigante si avvicinò in silenzio, lo prese in una mano, lo sollevò delicatamente e lo mise seduto su un ramo. E subito il ramo e poi tutto l’albero si ricoprirono di fiori bianchi, e i passeri vi si posarono a frotte. Il bambino fu così felice che in uno slancio di riconoscenza, senza timore, tese le braccia e strinse forte il Gigante e gli schioccò un grosso bacio sulla guancia.
Gli altri bambini, che spiavano la scena dal pertugio nel muro, quando videro che il Gigante non era poi così cattivo, si fecero avanti, prima timorosi, poi sfrenati. E al loro passaggio la primavera esplose.
“Bambini, ve lo prometto, ora il giardino è tutto vostro” li rassicurò il Gigante, e scoppiò in una risata fragorosa. Poi andò a prendere un piccone e abbatté il muro, e non si fermò finché non fu caduta anche l’ultima pietra. Quel giorno la gente che passava di lì per andare al mercato vide uno spettacolo sbalorditivo, così straordinario che molti si fermarono a guardare a bocca aperta. Il Gigante, proprio lui, così grande, solitario ed egoista, giocava a moscacieca coi bambini. I monelli gli tiravano le braccia e le gambe, gli saltavano addosso, e lui invece di arrabbiarsi rideva di cuore. Giocarono insieme per tutto il giorno, e la sera i bambini corsero da lui per salutarlo. “Ciao, Gigante, ci vediamo domattina” dissero in coro. “Bravi, bambini, a domattina. Ma dov’è il vostro amico, il piccolino che ho aiutato a salire sull’albero? Voglio salutarlo” disse il Gigante. Quel bimbo gli era entrato subito nel cuore. “Non lo sappiamo, non c’è più. Dev’essere andato via mentre giocavamo a nasconderci” rispose un ragazzino. “Be’, se lo vedete, ditegli di venire qui domattina.” Ma i bambini dissero che era la prima volta che lo vedevano, che non sapevano come avvertirlo perché non avevano idea di dove abitasse: non l’avevano mai visto prima. Il Gigante sentì una punta di dispiacere, perché desiderava proprio rivedere il piccolo.
Da quel momento fu sempre molto gentile e buono con tutti i bambini, ma il suo piccolo amico gli mancava, e spesso diceva, sospirando: “Mi piacerebbe proprio rivederlo.”
Passarono gli anni, e il Gigante invecchiò. Era ormai così vecchio e così debole che non poteva più prendere parte ai giochi dei bambini. Non riusciva più a correre con loro né a sollevarli in alto per metterli sugli alberi. Però nella bella stagione portava una poltrona in giardino, si sedeva e guardava giocare i piccoli, ed era felice di poterli osservare e di sentire le loro risa. “Ho un gran bel giardino” pensava, “ho i fiori più belli di tutto il villaggio, e i bambini sono i fiori più belli di tutti.” Ma il pensiero del bimbo piccolo che gli aveva spalancato il cuore non lo lasciava mai.
Una mattina d’inverno, il Gigante diede un’occhiata distratta fuori dalla finestra. Ormai aveva imparato ad amare anche l’inverno, perché sapeva che in quel periodo i fiori riposavano per prepararsi alla primavera.
Tutt’a un tratto, qualcosa colpì la sua attenzione. Guardò meglio, si strofinò gli occhi e guardò ancora. Là, nell’angolo più lontano del giardino, nello stesso punto dove tanti anni prima aveva visto il suo piccolo amico, l’albero era coperto di meravigliosi fiori bianchi. Era inverno, e tutto il giardino era coperto di neve. Solo quell’albero era fiorito, e i suoi rami, che rilucevano ai raggi del sole, erano carichi di frutti d’oro e d’argento. E sotto, tra i rami fioriti, c’era il bambino che lui non aveva più rivisto, il bambino che gli era sempre rimasto nel cuore, il prediletto.
Il Gigante si precipitò di sotto e uscì in giardino. Poi attraversò il prato coperto di neve, correndo incontro al bambino. E quando gli giunse accanto e stava per abbracciarlo, si fermò di colpo, e il suo viso si accese di collera. “Chi ha osato farti del male? Chi ti ha fatto quei segni?” gridò, perché sulle mani del bambino c’erano due ferite, e così anche sui suoi piedini nudi. “Dimmi chi ha osato ferirti” urlò il Gigante, “e io prenderò la mia spada e lo ucciderò.” “No, non devi, perché questi sono i segni dell’amore” sussurrò il bambino.
“Ma tu chi sei?” disse il Gigante, preso da uno strano timore. E guardando il bambino con occhi stupiti, cadde in ginocchio davanti a lui. Il bambino sorrise e disse al Gigante: “Tanti anni fa, tu sei stato buono con me e hai permesso che io giocassi nel tuo giardino. Oggi verrai tu a giocare con me nel mio giardino, che è il Paradiso.” Tese la manina e diede una carezza al Gigante. Poi lo abbracciò forte…
Quel pomeriggio i bambini uscirono da scuola e corsero come al solito nel giardino per giocare a palle di neve. Chiamarono il Gigante, ma non ebbero risposta. “Gigante, dove sei? Dai, vieni fuori, siamo qui.”
Ma quando si addentrarono tra le piante, lo videro.
Il loro grande amico era disteso sotto l’albero fiorito, ed era ricopero di candidi petali.
Il suo viso era felice e sorridente, e sembrava addormentato.

IL FAGIOLO MAGICO

C'era una volta un ragazzo di nome Giacomino che, dopo la morte di suo padre, viveva con la mamma in una piccola fattoria. Erano molto poveri e possedevano solo una mucca dalla quale ogni giorno mungevano il latte. Ma, ahimé, arrivò il giorno in cui neanche la mucca fu più in grado di offrir loro qualcosa e così la madre di Giacomino decise di venderla. Se la mucca non poteva fare più latte, vendendola, avrebbero almeno ricavato un po' di denaro per poter mangiare.
Giacomino si avviò verso il mercato con precise istruzioni per ricavare il più possibile dalla vendita della loro mucca. Non aveva ancora percorso un chilometro quando al margine della strada vide uno strano omino, che rivolgendosi a Giacomino disse:
"Che bella questa mucca!".
"Sì, lo è!", confermò Giacomino, "sto andando al mercato per venderla".
"Dalla a me", disse l'omino "prendi questi cinque fagioli in cambio. Piantali con cura e loro faranno la tua fortuna".
Prima ancora che Giacomino potesse rispondere, l'omino aveva preso la mucca ed era sparito.
Solo in quel preciso istante Giacomino cominciò a pensare di aver commesso un errore. Cosa avrebbe detto sua madre?... Mentre si avviava verso casa sentiva il suo cuore battere forte al pensiero di quello che sua madre avrebbe detto o fatto.
"Come? Sei già di ritorno?", esclamò sua madre, "quanto hai guadagnato dalla vendita della mucca?"
"Cinque fagioli magici", rispose Giacomino.
"Cosa? Stai scherzando? Abbiamo bisogno di denaro per comprare da mangiare, come puoi essere stato così idiota da accettare un simile scambio?".
Detto questo afferrò i fagioli e li gettò fuori dalla finestra e il povero Giacomino andò a letto senza cena.
Il giorno dopo, quando Giacomino si svegliò, vide qualcosa di strano. Nella sua stanzetta filtrava dalla finestra una insolita luce verde. Giacomino corse verso la finestra e cosa vide? Una scena straordinaria... i fagioli avevano germogliato dando vita ad un enorme albero con un lunghissimo fusto che saliva in alto... ma tanto in alto da perdersi nelle nuvole.
Senza farsi sentire da sua madre, Giacomino scavalcò il davanzale e iniziò ad arrampicarsi sul possente tronco perché lui era sicuro che sulla sua cima avrebbe trovato quella fortuna che l'omino gli aveva promesso.
Giacomino saliva sempre più in alto cercando di non guardare mai in basso per non soffrire di vertigini. Giunto in cima vide una lunga strada; vi si incamminò e dopo averla percorsa per diverso tempo si trovo dinanzi ad un castello. Giacomino si fece avanti, bussò alla porta e un'enorme donna gli aprì.
"Scappa via di qui", disse lei, "mio marito è un gigante e se scopre che tu sei salito fin quassù cercherà di prenderti"
"Oh, per favore, sia gentile. Ho tanta fame. Vorrei qualcosa da mangiare", implorò Giacomino.
La moglie del gigante ebbe pietà di lui; lo fece accomodare in cucina e gli diede un po' di pane e formaggio. Il ragazzo aveva appena finito di mangiare quando udì un pesante rumore di passi che si avvicinavano e una voce tuonante che diceva:
"Ucci, ucci,
sento odor di cristianucci.
Che sia grande oppur piccino,
io mi faccio un bel panino".
"Poveri noi! E' mio marito!" gridò la moglie del gigante.
"Svelto ragazzo, nasconditi nel forno!"
L'enorme donna impaurita cercò di calmare il marito e lo convinse che stava sbagliando.
"Devi aver annusato l'odore della tua minestra d'avena", gli disse, mettendo a tavola la scodella del gigante.
Lui grugnì e si sedette a tavola. Quando ebbe finito di mangiare prese alcuni sacchetti dalla credenza della cucina e li rovesciò sul tavolo, facendone uscire diverse monete d'oro. Cominciò a contarle e mentre contava si addormentò.
Giacomino aveva osservato tutto dall'oblò del forno e decise di approfittare di quel momento per salire sopra il tavolo ed impossessarsi di uno di quei preziosi sacchetti di monete d'oro cercando di allontanarsi alla svelta.
Giacomino e sua madre vissero a lungo senza stenti grazie a quell'oro, ma anche quello finì. Allora Giacomino decise di tornare in cima al magico albero.
La moglie del gigante riconobbe immediatamente Giacomino e gli chiese cosa era successo a quel sacchetto di monete d'oro.
"Te lo dirò, se mi fai fare colazione", disse Giacomino.
La donna lo fece entrare e gli offrì del cibo. Poi si udì ancora quel pesante rumore di passi che si avvicinavano e Giacomino corse a nascondersi. Dopo il pranzo la signora portò a suo marito la sua gallina preferita.
"Deponi le tue uova, piccola gallina", comandò il gigante, e subito questa depose un uovo puro e luccicante.
Poi il gigante si addormentò.
Giacomino sgusciò fuori dal suo nascondiglio, prese tra le mani la meravigliosa gallina, uscì dal castello e si lasciò scivolare giù per l'enorme albero cadendo sano e salvo nel giardino di casa sua.
La mamma di Giacomino rimase sbalordita dalla preziosa gallina che deponeva uova d'oro.
"Non saremo mai più poveri!" esclamò.
Ma non passò troppo tempo che Giacomino decise di arrampicarsi in cima all'albero magico. Sapeva però che la moglie del gigante non sarebbe stata contenta di vederlo ancora, perciò giudicò opportuno di non farsi vedere neanche da lei. Entrò in cucina mentre la donna era intenta a lavare e si nascose dentro una grossa pentola. Il gigante arrivò e, annusando l'aria urlò:
"Ucci, ucci,
sento odor di cristianucci"
Ma la moglie lo rassicurò come sempre e gli servì il pranzo. Il gigante ordinò poi a gran voce:
"Moglie, portami l'arpa".
Lei corse a prenderla e l'appoggiò sulla tavola.
"Suona, arpa!", comandò il gigante, e l'arpa iniziò a suonare dolcemente fino a quando il suo padrone non si addormentò.
Giacomino uscì silenziosamente dal suo nascondiglio, saltò sul tavolo, si impadronì dell'arpa e scappò via. Ma questa volta ebbe una sgradita sorpresa. L'arpa chiamò ad alta voce:
"Padrone! Padrone! Padrone!" e il gigante si svegliò.
Giacomino correva come il vento, ma il gigante, inferocito, gli era subito dietro. Il ragazzo si aggrappò al tronco del grande albero di fagioli, ma così fece pure il gigante, tanto che per il trambusto sembrava di essere nel bel mezzo di una tempesta!
Giacomino saltò a terra per primo, ma anche il gigante stava per arrivare.
"Mamma", urlò, "corri a prendere l'ascia!"
Presa in mano l'ascia Giacomino iniziò a colpire con forza il tronco dell'albero e, dopo alcuni colpi ben precisi, riuscì a spezzarlo.
Con un grande boato crollarono al suolo l'albero e il gigante, formando una buca talmente profonda che da essa nessuno avrebbe mai potuto risalire.
Il magico albero di fagioli non crebbe mai più e del resto ormai anche Giacomino e sua madre non ne avevano più bisogno perché l'arpa suonava meravigliosamente e la gallina continuava a produrre uova d'oro, quindi nessuno dei due sarebbe più stato povero.


28.04.2013 facendo da assistente a ... Magic David a Campofiorenzo (LC)

una piacevole domenica pomeriggio ^__^

Devi fare una sola cosa, una soltanto ... ♥

Vuoi che la tua vita imbocchi la leggiadra strada della serenità interiore?! ...
Devi fare una sola cosa, una soltanto ...
Amarti ..... Amarti ..... Amarti sempre e comunque.

Amarti quando ti piaci ... Ma amarti anche quando non ti piaci.
Amarti quando fai qualcosa di buono ... Ma amarti anche quando non ne combini una giusta.
Amarti quando riesci ... Ma amarti anche quando non riesci.
Amarti quando ti scopri piacevole ... Ma amarti anche quando non sei amabile.

Sì.

Amarti ..... Amarti ..... Amarti sempre e comunque.

(Omar Falworth) 

sabato 27 aprile 2013

Come le cellule ci fanno diventare grandi ^___*

"Aiuto!" strilla Ricky. "Sono prigioniero! La maglia è diventata piccola!" 
"Non è lei che è diventata piccola, sei tu che sei diventato grande" spiega la mamma. "Prova un po' a misurarti".
Ricky si mette bello dritto contro la parete. "Ehi!" grida. "Ho quasi raggiunto la giraffa!"
"Santo cielo!" esclama la mamma. "Sei cresciuto di un altro centimetro nell'ultimo mese!"
"Io so perché cresco così veloce" dice Ricky. "E' per gli esercizi che imparo a ginnastica con la Elena e a musica con la Manu".
La mamma sorride. "La ginnastica può aiutare un po', ma è soprattutto perchè il tuo corpo sta crescendo. Le tue ossa  crescono, i tuoi muscoli crescono, la tua pelle cresce ... così cresci tutto quanto".
"Io so tutto sulle ossa, sui muscoli e sulla pelle" dice Ricky. "Le ossa mi tengono su. Se non avessi le ossa sarei tutto molle, come una tenda senza paletti. I muscoli mi fanno muovere. E la pelle protegge tutto quello che ho dentro dai germi e altra robaccia". 
"Esatto" conferma la mamma. "Senti, mettiamo un po' in ordine la stanza prima di colazione".
"D'accordo" risponde Ricky. "Ma come fanno le ossa, i muscoli e la pelle a crescere? Si allungano, come fanno gli elastici?"
"Non proprio" spiega la mamma. "Il tuo corpo è fatto in gran parte di particelle piccolissime, chiamate cellule. Quando cresci, è perché le tue cellule ossee producono altre cellule ossee, e le tue cellule muscolari producono altre cellule muscolari, e..."
"Lo so, lo so!" grida Ricky. "Le mie cellule della pelle producono altre cellule della pelle!"
"Esattamente" dice la mamma. "Ci sono moltissimi tipi di cellule nel tuo corpo - mi pare circa 200 - e ogni tipo ha una forma diversa".
"Alcune cellule muscolari, ad esempio, sono fatte come delle cordicelle a righe. Invece alcune cellule della pelle hanno la forma di piccoli cubi. E ci sono cellule ossee che sembrano macchioline piene di punte".
"E' fantastico!" esclama Ricky. "Ma tu come sai che sono fatte così? Si possono vedere?" 
"Non è facile vederle" risponde la mamma. "Sono troppo piccole per essere viste a occhio nudo. Ci vuole un microscopio".
La mamma sorride. "Veramente c'è una cellula che si può vedere facilmente: il tuorlo dell'uovo di un uccello. In effetti il tuorlo di un uovo di struzzo è la cellula più grande che esista al mondo!"
La mamma prende la maglia di Ricky. "Le cellule sono un po' come i punti della maglia" dice."Sono piccolissimi, ma se ne metti tanti insieme salta fuori qualcosa di molto più grande".
"Come i mattoni di una casa" osserva Ricky.
"Proprio così" risponde la mamma, "solo che le tue cellule sono molto ma molto più piccole dei mattoni o dei punti della maglia".
"Già! E così sono fatto di milioni e milioni di cellule".
"MILIARDI e MILIARDI!" dice la mamma. "Ci sono 10000 milioni di cellule solo nel tuo pollice!"
Ricky si guarda il pollice. "Quello che ancora non capisco è come fa il corpo a produrre nuove cellule. Da dove vengono?"
"Bé" risponde la mamma, "quello che fanno le cellule è copiare se stesse. E' una cosa geniale. All'inizio la cellula diventa un po' più grande. Poi si divide in due. Poi queste due crescono finché si dividono in due anche loro". 
"Così fanno quattro cellule" esclama Ricky, "perché 2 x 2 fa quattro".
La mamma sorride. "E poi cosa viene? 2 x 4 fa...?"
"Otto!" grida Ricky.
"Esatto!" dice la mamma. "E 8 x 2 fa...?" 
"Un sacco!" borbotta Ricky. "Ma le cellule continuano per sempre a fare altre cellule?"
"Alcune sì" risponde la mamma. "Certi tipi di cellule si consumano continuamente e muoiono, così il tuo corpo ha bisogno di farne delle altre per sostituirle. Ad esempio, perdi milioni di cellule della pelle ogni giorno: un po' vengono strofinate via dai vestiti, altre quando ti lavi, e molte altre cadono giù da sole. Ma non tutte le cellule continuano a farne altre" spiega la mamma, "altrimenti anche tu continueresti a crescere per sempre! Quando arrivi ai diciassette o diciotto anni, ad esempio, le tue cellule ossee rallentano la produzione e poi smettono del tutto. Infatti dopo quell'età non si cresce più".
"E le tue cellule hanno rallentato?" chiede Ricky.
La mamma ride: "Bé, certamente io non divento più alta di così!"
"Io voglio che le mie cellule continuino sempre a crescere" esclama Ricky, "così divento grande come un Tyrannosaurus Rex!"
"Piuttosto sbrighiamoci a sistemare la stanza, così poi mangiamo qualcosa" ribatte la mamma. "Le cellule hanno bisogno di mangiare per poter fare il loro lavoro!"
E intanto mette a posto tutte le cose, e chiude i cassetti del mobile, inchinandosi.
STRAAAP!
"MAMMA!" esclama Ricky ridacchiando. "Non stai più nei pantaloni! Stai crescendo in largo invece che in lungo!"  ("I know how my cells make me grow" by Kate Rowan - non me ne voglia l'autrice se... ho variato il nome del bimbo protagonista da Giulio a Ricky, nome del mio pastrugno adorato!)

Ricky e l'educazione stradale

Oggi Ricky va in centro città con la mamma, in bicicletta.
Ricky indossa il casco e la mamma lo aiuta a sistemarsi sul seggiolino.
Poi gli allaccia la cintura di sicurezza.
Finalmente si parte.
Prima la mamma guarda a sinistra. Poi a destra. E poi di nuovo a sinistra.
Non ci sono automobili in arrivo.
La mamma attraversa la strada con attenzione.
Ora Ricky e la sua mamma stanno percorrendo la pista ciclabile.
La bicicletta sfreccia veloce!
Wow! Mi piace! pensa Ricky.
Presto, però, la mamma si ferma.
Il semaforo è rosso.
Tutti i veicoli devono fermarsi.
Anche le biciclette.
"VERDE!" grida Ricky.
Il semaforo ora è verde e tutti possono ripartire.
Mamma pedala di nuovo veloce.
Ricky sente il vento soffiare sul suo viso.
DING, DING, DING!
La mamma suona il campanello.
C'è un cane che corre sulla pista ciclabile.
La mamma non vuole rischiare di fargli del male.
"Arrivederci, cagnolino!" dice Ricky.
"La mamma mi porta a mangiare il gelato!"
In città c'è molto traffico.
E tanto rumore!
La mamma segnala con il braccio teso che deve girare:
in bicicletta si segnala così quando si deve svoltare.
Ora la mamma scende e parcheggia la bicicletta.
Poi aiuta Ricky a scendere dal seggiolino.
Quindi chiude la bicicletta con il lucchetto (onde evitare i ladri! :P).
"E ora... corriamo a comprare il gelato!" dice la mamma.
Ricky e la mamma camminano sempre sul marciapiede.
E Ricky dà sempre la mano alla sua mamma.
Si sente sicuro e protetto.
La gelateria è vicina, ormai.
Ricky e la mamma devono attraversare la strada: sulle strisce pedonali, naturalmente!
Prima guardano a sinistra.
Poi a destra.
Quindi di nuovo a sinistra.
Non ci sono automobili in arrivo: ora possono attraversare!
Ricky vuole un enorme gelato alla fragola.
Mmmm! Buono!
Slurp, slurp, slurp ...
Improvvisamente, Ricky sente qualcuno che lo chiama!
"Ricky, Ricky!"
Ricky si gira e vede Luca sull'altro lato della strada.
Ricky vorrebbe correre incontro a Luca.
Ma la mamma lo ferma.
Attraversare la strada di colpo è molto pericoloso.
Tra poco Luca lo raggiungerà con la sua mamma e i due bambini
gusteranno il gelato insieme...

venerdì 26 aprile 2013

Il leone si è addormentato

Auimmoué, auimmoué
auimmoué, auimmoué ...
Il leone si è addormentato
e più non ruggirà
il villaggio l'ha già saputo
e il ciel ringrazierà.
auimmoué, auimmoué ...
Il leone riposa e tace
la luna è alta già
nella giungla
la grande pace nessuno turberà.
Il leone si è addormentato
paura più non fa;
ogni bimbo che avrà tremato
sereno dormirà.
La gazzella nella pianura 
correva in libertà
e il sogno di un'avventura
realtà diventerà.
La giraffa dal lungo collo
al fiume se ne andò
e la sete di un sorso d'acqua
un tuffo le costò.
Il leone si è addormentato
paura più non fa
il villaggio che l'ha saputo
in pace dormirà.
Ogni bimbo che avrà tremato
sereno dormirà.

Stasera io e il mio pastrugno abbiamo... dato spettacolo! :P Ma ...ci siamo divertiti parecchio!